Quando ci accadono cose che ci fanno male, spesso sono frutti di semi che abbiamo messo nella nostra vita. Nel momento in cui ripulisci la tua vita, i tappeti si alzano e la polvere esce fuori, quella stessa polvere che abbiamo seminato noi e nascosto sotto al tappeto per vedere solamente il bello che si vedeva senza. Ma lei c’era perché l’abbiamo prodotta noi con le nostre azioni. Azioni che a volte non ci rendiamo conto fanno soffrire qualcun’altro, quel dolore resta nel nostro ambiente e prima o poi torna indietro. anche se quel dolore non era nostro, all’inizio, ora lo è. Quel dolore è una emozione da noi prodotta, e anche se all’inizio non eravamo noi a provarlo, era sempre nostro, e poi torna.
Quando torna dopo tanto tempo non ci ricordiamo di averlo prodotto proprio noi e quindi non lo accettiamo. La non accettazione ne provoca la persistenza. L’accettare che esista e viverlo ne permette il passaggio, verso un altro ambiente, verso un altra anima, che deve ancora accettarlo o che deve ancora viverlo per capirlo. Il dolore non lo si può superare se non si vive, non si accetta e quindi se non si capisce. Dare un senso alle cose permette ad esse di avere una direzione in cui scorrere. Il dolore deve scorrere per passare, altrimenti formiamo un lago da cui rischiamo di essere risucchiati. La resistenza al dolore ne crea la sua diretta persistenza, ed esso non ha modo di passare oltre.
Quando persiste, il dolore fa male molto più di quanto avrebbe dovuto, e questo perché siamo noi ad ingrandirlo, con i nostri pensieri “blocco” che creano come delle dighe, ed è li’ che si forma un lago artificiale di dolore. Lasciarlo scorrere invece, come fa un fiume, ne permette il suo sfocio (definizione: Uscita di acque da un’apertura naturale o artificiale, sbocco, risoluzione.).
Siate fiumi dove tutto scorre e non laghi dove tutto è fermo. La vita stessa è fatta di attimi che scorrono, il lago è la morte.
Quando ci accadono cose che ci fanno male, spesso sono frutti di semi che abbiamo messo nella nostra vita. Nel momento in cui ripulisci la tua vita, i tappeti si alzano e la polvere esce fuori, quella stessa polvere che abbiamo seminato noi e nascosto sotto al tappeto per vedere solamente il bello che si vedeva senza. Ma lei c’era perché l’abbiamo prodotta noi con le nostre azioni. Azioni che a volte non ci rendiamo conto fanno soffrire qualcun’altro, quel dolore resta nel nostro ambiente e prima o poi torna indietro. anche se quel dolore non era nostro, all’inizio, ora lo è. Quel dolore è una emozione da noi prodotta, e anche se all’inizio non eravamo noi a provarlo, era sempre nostro, e poi torna.
Quando torna dopo tanto tempo non ci ricordiamo di averlo prodotto proprio noi e quindi non lo accettiamo. La non accettazione ne provoca la persistenza. L’accettare che esista e viverlo ne permette il passaggio, verso un altro ambiente, verso un altra anima, che deve ancora accettarlo o che deve ancora viverlo per capirlo. Il dolore non lo si può superare se non si vive, non si accetta e quindi se non si capisce. Dare un senso alle cose permette ad esse di avere una direzione in cui scorrere. Il dolore deve scorrere per passare, altrimenti formiamo un lago da cui rischiamo di essere risucchiati. La resistenza al dolore ne crea la sua diretta persistenza, ed esso non ha modo di passare oltre.
Quando persiste, il dolore fa male molto più di quanto avrebbe dovuto, e questo perché siamo noi ad ingrandirlo, con i nostri pensieri “blocco” che creano come delle dighe, ed è li’ che si forma un lago artificiale di dolore. Lasciarlo scorrere invece, come fa un fiume, ne permette il suo sfocio (definizione: Uscita di acque da un’apertura naturale o artificiale, sbocco, risoluzione.).
Siate fiumi dove tutto scorre e non laghi dove tutto è fermo. La vita stessa è fatta di attimi che scorrono, il lago è la morte.
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